martedì 22 settembre 2026

"K&K": Kant e Kafka


Torniamo a Kant. Nel saggio sull’Aufklarung, ad un certo punto del ragionamento, entrano in scena anche altri soggetti, in misura diversa anche loro colpevoli dello stato di minorità. Sono coloro che, per interessi personali perlopiù inconfessabili, agiscono come tutori, assumendosi il compito di esercitare un’alta sorveglianza, in particolare dissuadendo quanti a loro si affidano dal muovere un passo senza la loro guida. Imprigionati nel girello come bambini, ai minorenni viene affettuosamente sconsigliato di camminare da soli, per i tanti pericoli e le insidie che potrebbero minacciare il tentativo di muoversi senza l’assidua assistenza dei tutori. Alla pigrizia e alla viltà, che come abbiamo visto sono la causa individuale della permanenza in uno stato di minorità e che spesso “naturalmente” distolgono dall’assumersi l’iniziativa di provvedere autonomamente alla “fastidiosa occupazione” del pensare, si aggiungono così le premure dei molti e diversi personaggi che si sono arrogati l’ufficio di controllare e guidare i movimenti di coloro che aspirerebbero a diventare maggiorenni.
Essi hanno la funzione di costruire un vero e proprio assoggettamento, da cui ci si può liberare grazie ad uno sforzo della volontà, grazie alla coraggiosa decisione di “pensare da sé”, senza delegare ad altri questa “fastidiosa occupazione”. Il baricentro concettuale del saggio kantiano, il nodo intorno a cui si condensa tutto il ragionamento, è limpido. La transizione – dall’oscurità alla chiarezza, dal buio alla luce, dalla minore alla maggiore età, dalla schiavitù alla libertà – è possibile solo se si ha il coraggio di pensare da sé, reagendo alla “viltà” e alla “pigrizia”. In altre parole in Kant la possibilità del rischiaramento, che comunque è una possibilità e non si realizza in maniera necessaria, dipende dalla volontà. Nel filosofo prussiano, la volontà dell’individuo di realizzare la sua autonomia assume il peso più rilevante, se non addirittura determinante. Tutto è rinviato alla volontà del soggetto, o, per meglio dire, tutto è rinviato alla capacità dell’individuo di passare (di voler passare) dalla libertà all’autonomia. Egli dovrà dar prova di decisione e di coraggio e tale prova consisterà nel sapere fare a meno di una guida per i suoi pensieri e le sue azioni.
Oggi, a più di due secoli di distanza, questa posizione di Kant non riesce a soddisfarci. Non intendo dire che la volontà non abbia niente a che fare con il problema dell’uscita dalla minorità, ma solo che l’attribuire alla volontà stessa un peso preponderante, se non esclusivo nella conquista dell’autonomia, lascia problemi insoluti. Oggi non sembra più che il problema dell’autonomia sia un affare esclusivo della volontà e una questione di decisione, di coraggio o, per converso, di pigrizia e di viltà. Quali obiezioni potremmo muovere all’impostazione “volontaristica” di Kant? Siamo proprio sicuri che sia potere esclusivo dell’individuo la sua uscita dalla minorità?
Da questa domanda possiamo far scaturire due tipi di riflessione. La prima osservazione l’analizzeremo adesso, alla seconda dedicheremo qualche pagina fra poche lezioni.
Innanzitutto, per uscire dalla minorità, per affrontare il complesso passaggio che porta all’autonomia, ci si deve confrontare non soltanto con la pigrizia e la viltà, di cui parlava lo stesso Kant, ma anche con un oscuro desiderio, quello così attraente e così devastante, di restare nel guscio sicuro delle nostre caverne, prigionieri di noi stessi. A più di due secoli di distanza dallo scritto di Kant dobbiamo ancora fare i conti con qualcosa che è in noi e che dobbiamo riconoscere: il bisogno di rassicurazione e di certezza che provoca la paura di uscire dalla minorità, di trovare l’apertura delle tante caverne che ci imprigionano (soprattutto imprigionano i nostri pensieri!). In altri termini, si tratta del fatto che la condizione di minorità può essere, e spesso lo é, anche l’oggetto di un desiderio umano e comprensibilissimo.
 
Questa condizione ambivalente, dove tuttavia prevalgono la paura e l’insicurezza, è bene espressa in un bellissimo racconto di Kafka, intitolato La tana (un’altra immagine della caverna platonica??), scritto a Berlino nel 1923, pochi mesi prima della sua morte.
La storia viene raccontata in prima persona da un narratore di cui si sa molto poco, se non che si tratti di una creatura che possiede sia caratteristiche umane che animali, un misto tra un roditore e un architetto, che si è costruito una perfetta tana dove vivere, un elaborato sistema di cunicoli costruiti nel corso di un’intera vita. Dopo tutto questo lavoro, il protagonista è ormai certo di poter vivere in pace, totalmente isolato dal mondo esterno. Il racconto è una costruzione complessa che riguarda soprattutto il tema dei rapporti umani, della convivenza, della paura dell’altro. E adesso non è possibile, e neppure auspicabile, un’analisi della trama del racconto, dei suoi simboli, dei suoi profondi e diversi significati. Ma andiamo a leggere un piccolo estratto del racconto:
 
“Non appena io mi muovo in direzione dell’uscita, anche se da me la separano gallerie e spiazzi, ho immediatamente la sensazione di finire in un’atmosfera densa di pericoli, a volte mi pare di sentirmi diradare il pelame come se stessi restando lì con la mia carne nuda e cruda e come se in quell’istante venissi accolto dalle urla dei miei nemici. Certo, a provocarmi simili sensazioni è l’uscita stessa, il venir meno della protezione domestica”.
 
Dopo lunghi periodi il protagonista si decide ad uscire dalla sua tana e imbocca la via d’uscita. Ma, una volta fuori, una volta varcata la soglia, si domanda perché mai ha lasciato il suo luogo sicuro per andare a trovarsi in un territorio straniero.
 
“Ma come? La tua casa è al sicuro e sbarrata da tutti i lati. Tu vivi in pace, al calduccio, ben pasciuto, da padrone […] e tutto questo vuoi non dico sacrificarlo ma in un certo qual modo abbandonarlo; e anche se hai fiducia di riaverlo, ti avventuri forse a rischiare un gioco forte, troppo forte?”.
 
Non è un’azione troppo alta, per noi essere umani, intraprendere l’avventura di uscire dalla minorità, dalle tante tane, dai tanti nascondigli che ci danno sicurezza, e giungere finalmente a pensare in autonomia, senza bisogno di tutori?
Se si volesse interpretare la tana e la sua uscita come un’allegoria della minorità e della sua uscita, allora lo scritto di Kafka potrebbe suggerirci quale complessità alberghi in quella condizione che per Kant è il restar minorenni anche quando è oggettivamente possibile diventare maggiorenni. Se in Kant il permanere nello stato di minorità dipende dalla pigrizia e dalla mancanza di coraggio, in Kakfa è legato al desiderio di restarvi, con la conseguente accettazione della condizione di non autonomia.
Non basta più appellarsi alla volontà degli individui, sferzandoli con l’accusa di viltà e di pigrizia, perché ormai è più urgente comprendere cosa porti questi individui a essere pigri e vili, cosa li spinga persino a morire piuttosto che ad attraversare la soglia che li rende autonomi. Si tratta di una questione, questa, che sembra emergere in modo assai peculiare, con una drammaticità silenziosa.
Pensiamo alle nostre vite avviluppate tra gli schermi dei nostri telefoni, dei nostri I-phone; pensiamo alle nostre parole ridotte a messaggi sgrammaticati su una chat di un cellulare, pensiamo ai nostri desideri famelici di acquistare. Non è forse questo un punto su cui vale davvero la pena riflettere? Da un lato abbiamo garanzie di libertà, ma dall’altro siamo schiacciati da un sistema di mercato che ci riduce essenzialmente a “consumatori”, diffondendo inevitabilmente quello che Pier Paolo Pasolini, negli anni Settanta, chiamava un “edonismo di consumo” (in greco, hedoné, significa “piacere”). Abbiamo anche la sensazione che il tempo in cui ci troviamo a vivere non sembri sempre in grado di favorire il passaggio in massa all’autonomia, all’Auflkarung.
Oggi sembra che la sicurezza, come quella che vivono i prigionieri di Platone, il protagonista del racconto di Kafka, noi stessi (?), si offra al posto dell’autonomia. Uscire fa paura. Abbandonare il luogo familiare fa paura. Chi ha detto che uscire dalla minorità è meglio che restarvi? Quali sono i vantaggi dell’uscita rispetto ai vantaggi dello stato di minorità? E’ preferibile una vita sicura o una vita libera? Siamo proprio sicuri che sia potere esclusivo dell’individuo la sua uscita dalla minorità?
 

Da Kant a Platone: siamo tutti prigionieri?


 

 

Adesso facciamo un salto dai greci e passiamo da Kant a Platone.  

Come abbiamo visto, Kant con il termine Aufklärung intendeva il processo di rischiaramento, ovvero quello mediante il quale si passa dalle tenebre alla luce. In molte civiltà la luce, da fenomeno fisico, è diventata ben presto simbolo, sia di carattere filosofico che religioso.  La luce è sempre stata, nella filosofia, simbolo di verità; il buio simbolo dell’ignoranza e dell’inganno.

Già Eraclito e Parmenide, due filosofi che faremo a breve, avevano utilizzato la metafora del “rischiaramento” per indicare l’approdo alla verità: il primo chiamava “svegli” coloro che avevano attinto al vero (i filosofi), mentre i “dormienti” erano coloro a cui la verità era preclusa (i molti). Parmenide, nel raccontare nel prologo al suo “Poema filosofico” il suo immaginario viaggio verso la verità, dice di avere un giorno abbandonato le “case della notte” (il mondo dell’inganno e dell’apparenza) per giungere alle “case del giorno” (il mondo dell’essere vero). Avremo modo di tornare su questi concetti, che saranno ancora più complessi di quanto già sembri (è bene che sia sincera e che vi metta in guardia da cosa ci aspetta!).

Ma il filosofo che, più di altri, ha usato la metafora della luce per indicare il processo che conduce dall’ignoranza alla verità è, senza dubbio, Platone.

Nel settimo libro del dialogo platonico intitolato Repubblica si trova uno dei più celebri racconti della storia della filosofia, noto come mito della caverna. Poi vedremo perché un filosofo come Platone si serva, ogni tanto, di miti, o presi a prestito dalla tradizione o, più spesso, creati di sana pianta dalla sua vivida intelligenza. Si vedrà anche come questo racconto possa essere compreso solo facendo riferimento alle più importanti novità e teorizzazioni del suo pensiero, novità che vengono raccontate per mezzo di vere e proprie allegorie.



Il personaggio principale di questo dialogo, come di quasi tutti i dialoghi di Platone, è Socrate, il maestro di Platone, condannato a morte nel 390 a.C. con l’accusa di aver corrotto i giovani e di aver allontanato gli Ateniesi dal rispetto della tradizione. Tentando di costruire un ponte immaginario che faccia dialogare Socrate e Kant, potremmo dire che Socrate è stato condannato a morte perché tentava di fare uscire i suoi interlocutori e i suoi discepoli dallo stato di minorità. Ah, meravigliose connessioni della filosofia!! Nel dialogo, Socrate si rivolge al suo amico Glaucone, con una frase che sintetizza il tema principale trattato nel mito:  

 

“Paragona la nostra natura, a secondo che abbia ricevuto una compiuta formazione (in greco “formazione”, “educazione” si rendeva con la parola Paideia) ovvero che ne sia del tutto sprovvista, un’immagine come questa”.

Bene, splendido inizio. Platone ci dice due cose: ci dobbiamo interrogare in che cosa consista la differenza tra avere e non avere una formazione, una paideia; dobbiamo porci questa domanda avendo come punto di partenza un’analisi della natura umana. Il punto di riferimento, al quale applicare tutto il ragionamento, è proprio questo: la nostra natura, comprendere a fondo ciò che ciascuno di noi è per nascita.

Per Platone, gli esseri umani vivono “per natura” come imprigionati in una caverna sotterranea, incatenati mani e piedi e incapaci di muovere la testa, obbligati ad osservare ciò che appare sulla parete verso cui hanno diretto lo sguardo.

 

“In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, si da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo”.

 All’uscita della caverna vi è un muretto alto circa quanto la metà dell’apertura, dietro al quale si trovano alcuni uomini che trasportano sulle spalle delle statuette che rappresentano ogni genere di cose. Poiché dietro questi uomini arde un grande fuoco, quest’ultimo proietta sul fondo della caverna solo le ombre delle statuette, sia perché gli uomini che le trasportano sono nascosti dal muretto, sia perché i prigionieri, essendo legati mani e collo, non possono volgere la testa indietro e vedere che cosa ci sia, realmente, dietro di loro. Questi strani protagonisti del mito (che, come dice Platone “somigliano a noi”!!) sono dunque convinti che le ombre proiettate sul fondo della caverna siano l’unica realtà esistente.

 

“Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza”. 

“Strana immagine – disse – e strani questi prigionieri”. È questo il primo commento formulato da Glaucone, dopo aver ascoltato le descrizioni della dimora sotterranea e della condizione di coloro che in essa sono prigionieri. “Somigliano a noi”, gli risponde Socrate. Come quei prigionieri, anche noi possiamo vedere e sentire soltanto “ombre”, quelle proiettate sulla parete. Ed infatti vedono le ombre dei propri corpi, poiché le catene impediscono di muovere la testa anche solo per guardarsi. Ombre dei propri compagni, proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte. Ombre degli oggetti trasportati al di là del muretto che sta alle spalle. Ombre perfino dei suoni, poiché le voci e i rumori che raggiungono i prigionieri non possono che essere da essi attribuiti alle ombre riflesse sul fondo della spelonca.

Inevitabili quindi le conclusioni: chiunque si trovi in una situazione come quella ora descritta, crederà che verità consista nelle “ombre degli oggetti” e si troverà in quella condizione di schiavitù, di minorità che è data dall’essere prigionieri delle ombre, dell’oscurità, della convinzione che la realtà sia in un modo solo perché non ho la possibilità di osservarla da lontano. Nella luce, nell’autonomia, nell’Aufklärung.

Ma ad un certo punto, nella caverna platonica, succede l’imprevisto.

 

“Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose”.

Come abbiano appena letto, il mito prosegue poi immaginando che uno dei prigionieri venga liberato e condotto fuori dalla caverna, diventando consapevole di aver vissuto, senza saperlo, in un modo ingannevole ed apparente. Il prigioniero conquista, in altre parole, quell’uscita che, in Kant, simboleggiava l’abbandono delle tenebre e della condizione di minorità: egli esce dalla caverna e apre la sua anima al cielo della sapienza, della responsabilità, dell’autonomia. Una volta uscito fuori dalla caverna, il prigioniero liberato conosce il mondo attraverso uno sguardo nuovo: ora lo vede con i suoi occhi, ora lo conserva nelle sue pupille, ora ne diventa messaggero. Infatti, una volta conosciuto il mondo fuori della caverna, l’ex prigioniero adesso finalmente libero si ricorda della misera condizione dei suoi compagni di sventura e decide di rientrare nella caverna assumendosi un compito “liberante” per la comunità di cui ha fatto, fino a poco fa, parte. Non è forse questo prigioniero l’allegoria di Socrate, di quel Socrate che sollecitava i giovani ateniesi a “pensare con la propria testa”, ad analizzare criticamente le tradizioni e le abitudini, anche quelle considerate più incontestabili? Non è forse un antenato di quel Kant che invita ognuno di noi ad uscire dallo stato di minorità. Il prigioniero, una volta libero, vuole correre a testimoniare la bellezza del mondo fuori dalla caverna, vuole raccontare ai suoi vecchi compagni l’immensità che la luce contiene e di come sia impossibile, tornare ad abitare il buio, una volta che si è vista la luce.

Da questo punto di vista, la liberazione dalle catene non è né un atto di eroismo, ma corrisponde piuttosto a un comportamento doveroso, al quale non è lecito sottrarsi. Diciamo che per adesso ve l’ho fatta un po’ facile. Avremo tempo di tornare su questo e ne comprenderemo tutte le sfumature e tutti i significati. Platone ci racconta inoltre che i suoi vecchi compagni, probabilmente, inebriati dalle ombre e dall’oscurità, non lo comprenderanno, lo crederanno pazzo e lo uccideranno, come gli Ateniesi hanno fatto con Socrate.

Allora, ora o mai più, risvegliamoci dal torpore causato dalle ombre di apparenza di una mentalità che ci rende inermi ed omologati prigionieri e voltiamoci, lasciamoci invadere dal calore di quella luce e diveniamo coraggiosi, pensanti ed agenti scintille che escono dalle “caverne esistenziali” e che, controcorrente, illuminati dal sole e con dentro un fuoco da alimentare e donare, corrono nel mondo per tornare ad illuminarlo in maniera nuova, creativa, delicata ed insieme impetuosa.

 

 

 

giovedì 17 settembre 2026

Contro i manovali dell’erudizione: la scuola storiografica di “Les Annales”


 

Strasburgo oggi è una città francese, al confine con la Germania. È stata scelta, insieme a Bruxelles, quale sede del Parlamento europeo, assurgendo a simbolo di quella conciliazione franco-tedesca, che è stata alla base del processo di unificazione dell’Europa. È una città nella regione dell’Alsazia che i prussiani (per semplificare: i tedeschi!) strapparono ai francesi in seguito alla guerra del 1870, e che restituirono ai vecchi nemici dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale e la pace di Versailles del 1919. Fu proprio nella giovane università di Strasburgo, città da poco ritornata francese, che nel 1920 si incontrarono Marc Bloch e Lucien Febvre, esperti rispettivamente di Medioevo il primo e di Cinquecento il secondo, e la loro conoscenza si sviluppò rapidamente in amicizia e in feconda collaborazione. Quella di Strasburgo era una giovane università, caratterizzata da un ambiente che favoriva l’innovazione, facilitava lo scambio di idee, e, soprattutto, riconosceva l’immenso valore delle ibridazioni disciplinari e degli scambi culturali tra specialisti di discipline diverse.

Marc Bloch e Lucien Febvre sono due giovani storici, con biografie molto simili: quando si incontrano nel 1920, Febvre ha quarantadue anni, Bloch trentotto. Si racconta che i loro uffici fossero contigui e le loro porte sempre aperte e che alle loro continue discussioni si unissero spesso colleghi psicologi, economisti, antropologi, sociologi che condividevano con grande entusiasmo le idee innovative dei due giovani professori. Da quell’incontro passeranno nove lunghi e intensissimi anni prima che dalle loro menti brillanti venga partorita una vera e propria “rivoluzione storiografica”, così travolgente e condizionante da poterci permettere di dire che fare storia, dal 1929 in poi, ha assunto tutto un altro sapore. Il 15 gennaio 1929, infatti, il “gruppo strasburghese” pubblicò il primo numero di una nuova rivista, il cui titolo “Annales d’histoire économique et sociale”, rappresentava già una rottura con la storia tradizionale in auge nel mondo accademico.

Ai fondatori della rivista si devono molte cose, non ultima una profonda riflessione sa che cosa significhi essere uno storico, su cosa sia il “mestiere di storico” (come recita il sottotitolo di uno dei libri più importanti e famosi di Marc Bloch, “Apologia della storia o mestiere di storico” (pubblicata postuma nel 1949), su quali siano gli obiettivi principali e le priorità che uno storico debba porsi e perseguire con tenacia e quali lasciare magari sullo sfondo, o considerare di importanza secondaria. Jacques Le Goff, uno degli storici che è stato più degli altri debitore verso Bloch e Febvre, in un’opera-intervista  intitolata “Alla ricerca del Medioevo”, scrive:

 

“Nell’anno 1194, nella vasta foresta che ammanta ‘quasi interamente le colline e le vallate pittoresche tra Sheffield e la ridente città di Doncaster”, due uomini stanno conversando: Gurth il porcaio e Wamba il buffone. Sono i primi personaggi che incontra il lettore di ‘Ivanhoe” (un romanzo storico scritto dallo scrittore inglese Walter Scott nel 1819). […] Fu proprio così che nel 1936 ho scoperto il Medioevo. Avevo dodici anni, vivevo a Tolone dove mio padre insegnava inglese. Amavo già la storia e da quando avevo più o meno dieci anni mi era venuta l’idea di studiarla […]”.

Le Goff continua: “Non pretendo certo di aver scoperto a quella tenera età l’importanza della civiltà materiale (ricordatevi questa bellissima espressione!); tantomeno che il mio amore per Ivanhoe riflettesse un atteggiamento critico nei confronti dei programmi scolastici, spesso limitati al racconto dei fatti politici, ai ‘grandi personaggi’, agli avvenimenti. Ovviamente ignoravo che dal 1929 esistesse un certo movimento delle ‘Annales’ che, in seguito, avrebbe contato così tanto per me” (J. Le Goff, Alla ricerca del Medioevo, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 4, il corsivo/grassetto è mio).

Eppure, continua Le Goff, che davvero diventerà (per merito anche un po’ di Ivanhoe, di Bloch e  di Febvre) uno dei più grandi e acuti storici del Medioevo, c’era qualcosa che lo portava quasi naturalmente e istintivamente verso la storia, una sorta di nostalgia, una sorta di volontà di sconfiggere la morte: “ho scoperto un piacere nostalgico, indissociabile dalla storia in generale che, credo, tutti gli storici conoscono: il piacere nostalgico di una lotta contro la morte. La storia immerge nella vita del passato, prolunga quella vita scomparsa, e la resuscita – o per lo meno immagina di resuscitarla, pur da un lato; nostalgia dell’illusione dell’altro. Così, per l’adolescente che ero, il mestiere di storico si collocava tra quelli che l’uomo aveva inventato per vivere e far vivere. Mi sentivo vicino ai medici e agli artisti – e a questi ultimi probabilmente a causa di mia madre. Insegnava pianoforte. Vedevo, ascoltavo: bastava posare le dita sulla tastiera per far rivivere opere del passato, per far risuonare tra noi epoche andate…Un professore di storia (all’epoca non pensavo di diventare uno studioso) non mi sembrava molto diverso da un pianista. Bisognava decifrare, imparare, trasmettere restituendo la vita. I documenti erano lo spartito e, pensando ai medici, il passato era un organismo umano che bisognava riportare in vita, ad un certo tipo di vita” (J. Le Goff, op. cit., p. 12).

 

Lo storico fa rivivere il passato, fa rivivere l’umano. Ma quale passato? Ma quali aspetti dell’umano? Se per Le Goff lo storico assomiglia agli artisti e ai medici, secondo Bloch, invece, “il bravo storico assomiglia all’orco delle leggende: quando sente odore di carne umana, sa che lì c’è la sua preda”. Scrive Bloch: “L’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O, più esattamente, gli uomini. Dietro i tratti concreti del paesaggio, dietro gli scritti che sembrano più freddi, dietro le istituzioni in apparenza più distaccate da coloro che le hanno create e le fanno vivere, sono gli uomini che la storia vuole afferrare. Colui che non si spinge fin qui non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione”.

Eccoci così di fronte ad una vera e propria “rivoluzione storiografica”: la storia come la si è tradizionalmente intesa a partire da Erodoto (lo storico greco considerato da Cicerone “il padre della storia”), ossia basata esclusivamente sulla ricostruzione degli avvenimenti politico-militari, viene definitivamente archiviata, almeno da coloro che riconoscono nella metodologia annalistica una sfida e un nuovo e affascinante inizio. Ora l’oggetto della storia diventa l’umano nella sua globalità, gli uomini e le donne nella totalità delle loro attività: il lavoro, la vita privata, le mentalità collettive ecc. La storia non è più mera erudizione e cronaca, ma comincia a diventare qualcos’altro, qualcosa che spero riesca a resuscitare davvero l’umano nella sua interezza, al di là dei re, delle guerre, degli eserciti. Scrive Bloch nella dedica a Febvre che apre l’Apologia della storia: “A lungo e concordemente abbiamo lottato per una storia più ampia e più umana”.

Provate a riflettere sulle vostre esperienze con lo studio della storia. Che cosa vi ha fatto venire in mente la lettura di questa pagina? Che cosa pensate della storia? Che cosa la rende noiosa, che cosa la trasforma in un'affascinante avventura? Cosa si potrebbe fare a scuola per renderla, non più semplice, ma più interessante e significativa per l'interiorità di ognuno di voi? Si accettano consigli (e critiche)....

Buon lavoro a tutti e a tutte. Buona storia. Buona storiografia.  


 

martedì 15 settembre 2026

Immanuel Kant: minorità, illuminismo, autonomia


 

Tutto è cominciato con i greci, abbiamo detto in classe. Magari siete curiosi di questa nuova materia, la “filosofia”, e avete già sbirciato il manuale su cui studierete quest’anno. Così, tanto per capire, tanto per intuire che cosa vi aspetti. Bene, chiudiamo il manuale, per qualche giorno. Lasciamolo perdere per un attimo, lasciamo i greci e facciamo un salto, nel tempo e nello spazio.
Andiamo in Prussia al tempo del re Federico II di Hohenzollern, un re talmente importante da essere chiamato “Federico il Grande”. Per semplificare possiamo dire che siamo in Germania nella seconda metà del Settecento. In Prussia tra gli ambienti intellettuali, soprattutto in un’età come quella dell’Illuminismo, si legge, si scrive, si discute. Nascono nuovi luoghi di cultura, si pubblicano giornali, si diffondono riviste: una di queste si intitola Berlinische Monatsschrift (si può tradurre con un meno musicale “Mensile berlinese”…). Nel 1784 sulle pagine di questa rivista compare un breve saggio, intitolato Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (in tedesco “Was ist Aufklärung?”), scritto nientemeno che da Immanuel Kant, ossia dal più famoso e prestigioso intellettuale dell’epoca, assurto a grande notorietà internazionale soprattutto per aver pubblicato, appena tre anni prima, un’opera intitolata “Critica della ragion pura” (ne riparleremo alla fine del prossimo anno!).
Prima di procedere, e allo scopo di inquadrare adeguatamente il significato di questo breve articolo, un chiarimento si impone. In tutte le traduzioni italiane disponibili della “Risposta” kantiana, il termine fondamentale, Aufklärung, è reso con “Illuminismo”. Da ciò consegue la convinzione, accolta pacificamente e largamente condivisa, secondo la quale l’argomento affrontato da Kant, e più specificamente la definizione da lui suggerita, si riferirebbero a quel movimento culturale e filosofico, sviluppatosi in Europa nella seconda metà del Settecento, noto appunto con il nome di “Illuminismo”.
Il termine tedesco Aufklärung, invece, designa non un concetto, ma un processo, una dinamica, comunque non qualcosa che possa essere irrigidito in un “-ismo”. Aufklärung è infatti l’azione dell’aufklären, cioè del “rischiarare”, del rendere chiaro o, se si vuole tradurre in maniera più estensiva, ma restando fedeli al significato del termine, il processo mediante il quale si passa dalle tenebre alla luce.
Alla luce di queste precisazioni, resta dunque assodato un punto decisivo. Ciò a cui Kant risponde con lo scritto del 1784 è una domanda squisitamente filosofica, relativa alle modalità mediante le quali è possibile realizzare il rischiaramento delle proprie idee. Ecco, siamo arrivati al punto decisivo, poiché chiedersi in che cosa consista il “rischiaramento”, l’Aufklärung, vuol dire riattivare l’indagine riguardante il processo che conduce dalla schiavitù alla libertà, dalla malattia alla guarigione, dall’ignoranza alla conoscenza, dall’errore alla verità. Ovvero, la questione filosofica fondamentale.
La Risposta kantiana esordisce infatti con un’affermazione lapidaria: “Aufklärung ist der Ausgang”, “il rischiaramento è l’uscita”. Detto in altri termini, il rischiaramento si concretizza nella dinamica mediante la quale si viene fuori, si abbandonano le ombre, per godere pienamente della luce. Ma da cosa ci fa uscire l’Aufklärung, da cosa ci strappa via l’illuminismo??
Andiamo alla fonte, come dobbiamo, da subito, imparare a fare. Leggiamo le parole di Immanuel Kant, che sono semplicemente meravigliose (almeno a me fanno questo effetto…). I concetti sono chiari, le parole cesellate in perfetto stile kantiano, le immagini metaforiche opportunamente pensate e sviluppate. Insomma, l’indiscutibile tocco del maestro capace di far comprendere tutto a tutti con chiarezza e precisione (perché il più grande pregio sta nell’essere semplici).
 
“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!  E’ questo il motto dell' illuminismo”.
 
Kant dice al lettore che l’uomo può essere maggiorenne o restare minorenne, ma non banalmente per età, piuttosto per intelligenza. Dotati per natura di intelligenza, dobbiamo scegliere se “usare il proprio intelletto” da sé o sotto la guida di un altro. Anche nella vita succede questo: fino ad una certa età, fino a quando si è “minorenni”, è bene (e utile) farsi aiutare dagli altri, in particolar modo da chi è più grande di noi, perché più maturo, più esperto, più capace. Ma giunge un momento nella vita di ognuno di noi, in cui devo cominciare a scegliere da solo, in autonomia, usando solo la mia intelligenza, il mio intelletto, la mia ragione. Certo, mi potrà capitare di sbagliare, di cadere, di non capire subito quale sia la cosa giusta, ma ne vale comunque la pena, perché restare sottomessi alla volontà e all’intelligenza degli altri, quando ormai è giunto il momento di fare, pensare, e scegliere da soli, proprio non va bene!
 
Kant non solo è chiaro nel definire che cosa sia la “minorità” e, quindi, in cosa consista “l’uscita dalla minorità”. Non meno esplicita è l’indicazione delle cause a cui ricondurre la persistenza della minorità. Perché rimaniamo “minorenni” anche quando abbiamo superato la “maggiore età da un pezzo”? Perché rinunciamo a pensare da soli, senza la guida di altri, anche quando siamo, anagraficamente e intellettualmente, assolutamente in grado di farlo?
Kant individua le cause della minorità in quelle che potremmo definire qualità morali, più che intellettuali, vale a dire la mancanza di “decisione” e di “coraggio” necessari per pensare da sé.
Decisione e coraggio, parole centrali in questo passo kantiano. Allora, dov’è il problema? Non siamo capaci di scegliere? Non siamo cresciuti? No, semplicemente non abbiamo coraggio. Abbiamo paura di osare. Non abbiamo il coraggio di essere intelligenti, cioè di farne la nostra essenza. Questo sapere aude, che Kant indica come il motto dell’Illuminismo, rivela un fascino tutto da spendere, e forse oggi ancora di più, perché continua Kant:
 
“La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purchè io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”.
 
È comodo restare minorenni come stato esistenziale, perché c’è sempre qualcuno che si ergerà a nostro tutore e che sceglierà per noi, senza che ci si debba sforzare. Non pensiamo, non ci assumiamo responsabilità, non ci preoccupiamo di nulla, tanto ci sarà qualcun altro che lo farà per noi.
Kant rimanda tutto all’individuo, al coraggio che l’individuo deve trovare per liberarsi dallo stato di minorità. Ma siamo sicuri che sia così semplice come Kant ci vuole far credere? Ma non è che, per caso, dentro la minorità, non solo ci stiamo comodamente, ma non sappiamo di esserci? Siamo sicuri che non abbiamo così tanto “naturalizzato” questa condizione da non essere più in grado di riconoscerla? Da pensare che si tratti della nostra natura e che non riconosciamo nemmeno come una situazione di soggezione?
Voi cosa pensate? Siamo sicuri che sia così semplice trovare un’uscita, una fuga, quell’Ausgang di cui parla il filosofo dell’Illuminismo? Che, insomma, tutto dipenda da noi? E quali possono essere le ragioni per cui non troviamo la via d’uscita?
 

Vediamo di cominciare....

 


"A un amico sappiamo di poter chiedere aiuto; speriamo di non doverlo fare troppo spesso, di non essergli mai di troppo peso, ma certo la sua presenza basta a infonderci grande sicurezza. Con un amico fa piacere passare il tempo: anche le esperienze più banali diventano significative se vissute insieme, anche nelle prove più difficili è un sollievo averlo accanto. Ma forse l'aspetto più straordinario e più utile di questa relazione è che un amico non è mai assente; conosciamo le sue passioni e le sue ragioni, e anche se è fisicamente lontano siamo in grado di parlargli, anche se non ha mai affrontato l'argomento che ci interessa siamo in grado di immaginare che cosa ne direbbe. Chi ha amici, dunque, non è mai solo. Quando è in difficoltà, potrà chiamarli se sono a portata di mano; ma se non lo sono potrà evocare il loro punto di vista e servirsene per trovare una strada.

Ho sempre avuto buoni amici; con alcuni ci vediamo ormai da decenni. Ma molti dei miei amici migliori, e di più lunga durata, non li ho visti mai di persona. Se li avessi visti, forse quel che vedevo mi sarebbe piaciuto o forse no; il problema comunque non si è mai posto, perchè li ho conosciuti soltanto attraverso quel che hanno scritto. Siccome c'era molto di loro in quel che hanno scritto, e siccome ci ho dedicato molto tempo, penso di conoscerli bene. La lettura sarà anche un modo indiretto di comunicare, ma questo vuol dire solo che è più onestamente indiretto di altri: crediamo forse di conoscere meglio una persona perchè ce l'abbiamo davanti? anche se non sappiamo che cosa le passa per la testa? Questi "amici letterari" mi sono stati preziosi. Non mi hanno mai aiutato a traslocare e non hanno mai passeggiato con me per Milano, non siamo mai entrati insieme in un bar o andati al cinema; ma quando si è trattato di decidere che cosa fare, in tanti piccoli e grandi episodi della mia vita, la loro voce si è fatta sentire e la conversazione mi ha chiarito le idee [...] se gli amici che vi presenterò vi sembreranno persone interessanti, magari vorrete conoscerli meglio, nell'unico modo in cui è possibile farlo: leggendoli. Se lo farete ne trarrete grande profitto, insieme ad un'unica dolorosa frustrazione: purtroppo loro non conosceranno mai voi. Da una parte ci saranno sempre solo parole; dall'altra sempre solo ammirazione e gratitudine"

Ermanno Bencivenga, Platone, amico mio. I filosofi rispondono alle grandi domande della nostra vita.

Con questa scarna paginetta introduttiva ad un libro di Ermanno Bencivenga, vi do il benvenuto sulle pagine di queste blog. E' un esperimento e, come tale, può essere coronato da successo oppure risolversi in un totale fallimento. Ma, come si dice in un film che ha segnato il mio amore per il cinema alla vostra età: "Lupo, se non si va non si vede" (da "Domani accadrà" di Daniele Luchetti). Quindi andiamo; comunque vada, credo che ne sia valsa la pena. Queste righe di Bencivegna sono dedicate soprattutto ai ragazzi e alla ragazze di terza liceo, che stanno per fare la conoscenza di un nutrito gruppo di filosofi e che, in questi primi giorni di scuola, già si domandano di che cosa discuteremo con questi strani "amici letterari".

Benvenuti a tutti e a tutte. Buon viaggio.