Essi hanno la funzione di costruire un vero e proprio assoggettamento, da cui ci si può liberare grazie ad uno sforzo della volontà, grazie alla coraggiosa decisione di “pensare da sé”, senza delegare ad altri questa “fastidiosa occupazione”. Il baricentro concettuale del saggio kantiano, il nodo intorno a cui si condensa tutto il ragionamento, è limpido. La transizione – dall’oscurità alla chiarezza, dal buio alla luce, dalla minore alla maggiore età, dalla schiavitù alla libertà – è possibile solo se si ha il coraggio di pensare da sé, reagendo alla “viltà” e alla “pigrizia”. In altre parole in Kant la possibilità del rischiaramento, che comunque è una possibilità e non si realizza in maniera necessaria, dipende dalla volontà. Nel filosofo prussiano, la volontà dell’individuo di realizzare la sua autonomia assume il peso più rilevante, se non addirittura determinante. Tutto è rinviato alla volontà del soggetto, o, per meglio dire, tutto è rinviato alla capacità dell’individuo di passare (di voler passare) dalla libertà all’autonomia. Egli dovrà dar prova di decisione e di coraggio e tale prova consisterà nel sapere fare a meno di una guida per i suoi pensieri e le sue azioni.
Oggi, a più di due secoli di distanza, questa posizione di Kant non riesce a soddisfarci. Non intendo dire che la volontà non abbia niente a che fare con il problema dell’uscita dalla minorità, ma solo che l’attribuire alla volontà stessa un peso preponderante, se non esclusivo nella conquista dell’autonomia, lascia problemi insoluti. Oggi non sembra più che il problema dell’autonomia sia un affare esclusivo della volontà e una questione di decisione, di coraggio o, per converso, di pigrizia e di viltà. Quali obiezioni potremmo muovere all’impostazione “volontaristica” di Kant? Siamo proprio sicuri che sia potere esclusivo dell’individuo la sua uscita dalla minorità?
Da questa domanda possiamo far scaturire due tipi di riflessione. La prima osservazione l’analizzeremo adesso, alla seconda dedicheremo qualche pagina fra poche lezioni.
Innanzitutto, per uscire dalla minorità, per affrontare il complesso passaggio che porta all’autonomia, ci si deve confrontare non soltanto con la pigrizia e la viltà, di cui parlava lo stesso Kant, ma anche con un oscuro desiderio, quello così attraente e così devastante, di restare nel guscio sicuro delle nostre caverne, prigionieri di noi stessi. A più di due secoli di distanza dallo scritto di Kant dobbiamo ancora fare i conti con qualcosa che è in noi e che dobbiamo riconoscere: il bisogno di rassicurazione e di certezza che provoca la paura di uscire dalla minorità, di trovare l’apertura delle tante caverne che ci imprigionano (soprattutto imprigionano i nostri pensieri!). In altri termini, si tratta del fatto che la condizione di minorità può essere, e spesso lo é, anche l’oggetto di un desiderio umano e comprensibilissimo.
La storia viene raccontata in prima persona da un narratore di cui si sa molto poco, se non che si tratti di una creatura che possiede sia caratteristiche umane che animali, un misto tra un roditore e un architetto, che si è costruito una perfetta tana dove vivere, un elaborato sistema di cunicoli costruiti nel corso di un’intera vita. Dopo tutto questo lavoro, il protagonista è ormai certo di poter vivere in pace, totalmente isolato dal mondo esterno. Il racconto è una costruzione complessa che riguarda soprattutto il tema dei rapporti umani, della convivenza, della paura dell’altro. E adesso non è possibile, e neppure auspicabile, un’analisi della trama del racconto, dei suoi simboli, dei suoi profondi e diversi significati. Ma andiamo a leggere un piccolo estratto del racconto:
Se si volesse interpretare la tana e la sua uscita come un’allegoria della minorità e della sua uscita, allora lo scritto di Kafka potrebbe suggerirci quale complessità alberghi in quella condizione che per Kant è il restar minorenni anche quando è oggettivamente possibile diventare maggiorenni. Se in Kant il permanere nello stato di minorità dipende dalla pigrizia e dalla mancanza di coraggio, in Kakfa è legato al desiderio di restarvi, con la conseguente accettazione della condizione di non autonomia.
Non basta più appellarsi alla volontà degli individui, sferzandoli con l’accusa di viltà e di pigrizia, perché ormai è più urgente comprendere cosa porti questi individui a essere pigri e vili, cosa li spinga persino a morire piuttosto che ad attraversare la soglia che li rende autonomi. Si tratta di una questione, questa, che sembra emergere in modo assai peculiare, con una drammaticità silenziosa.
Pensiamo alle nostre vite avviluppate tra gli schermi dei nostri telefoni, dei nostri I-phone; pensiamo alle nostre parole ridotte a messaggi sgrammaticati su una chat di un cellulare, pensiamo ai nostri desideri famelici di acquistare. Non è forse questo un punto su cui vale davvero la pena riflettere? Da un lato abbiamo garanzie di libertà, ma dall’altro siamo schiacciati da un sistema di mercato che ci riduce essenzialmente a “consumatori”, diffondendo inevitabilmente quello che Pier Paolo Pasolini, negli anni Settanta, chiamava un “edonismo di consumo” (in greco, hedoné, significa “piacere”). Abbiamo anche la sensazione che il tempo in cui ci troviamo a vivere non sembri sempre in grado di favorire il passaggio in massa all’autonomia, all’Auflkarung.
Oggi sembra che la sicurezza, come quella che vivono i prigionieri di Platone, il protagonista del racconto di Kafka, noi stessi (?), si offra al posto dell’autonomia. Uscire fa paura. Abbandonare il luogo familiare fa paura. Chi ha detto che uscire dalla minorità è meglio che restarvi? Quali sono i vantaggi dell’uscita rispetto ai vantaggi dello stato di minorità? E’ preferibile una vita sicura o una vita libera? Siamo proprio sicuri che sia potere esclusivo dell’individuo la sua uscita dalla minorità?




