Adesso facciamo un salto dai greci e passiamo da Kant a Platone.
Come abbiamo visto, Kant con il termine Aufklärung intendeva il processo di rischiaramento, ovvero quello mediante il quale si passa dalle tenebre alla luce. In molte civiltà la luce, da fenomeno fisico, è diventata ben presto simbolo, sia di carattere filosofico che religioso. La luce è sempre stata, nella filosofia, simbolo di verità; il buio simbolo dell’ignoranza e dell’inganno.
Già Eraclito e Parmenide,
due filosofi che faremo a breve, avevano utilizzato la metafora del
“rischiaramento” per indicare l’approdo alla verità: il primo chiamava “svegli”
coloro che avevano attinto al vero (i filosofi), mentre i “dormienti” erano
coloro a cui la verità era preclusa (i molti). Parmenide, nel raccontare nel
prologo al suo “Poema filosofico” il suo immaginario viaggio verso la verità,
dice di avere un giorno abbandonato le “case della notte” (il mondo
dell’inganno e dell’apparenza) per giungere alle “case del giorno” (il mondo
dell’essere vero). Avremo modo di tornare su questi concetti, che saranno
ancora più complessi di quanto già sembri (è bene che sia sincera e che vi
metta in guardia da cosa ci aspetta!).
Ma il filosofo che, più
di altri, ha usato la metafora della luce per indicare il processo che conduce
dall’ignoranza alla verità è, senza dubbio, Platone.
Nel settimo libro del dialogo platonico intitolato Repubblica si trova uno dei più celebri racconti della storia della filosofia, noto come mito della caverna. Poi vedremo perché un filosofo come Platone si serva, ogni tanto, di miti, o presi a prestito dalla tradizione o, più spesso, creati di sana pianta dalla sua vivida intelligenza. Si vedrà anche come questo racconto possa essere compreso solo facendo riferimento alle più importanti novità e teorizzazioni del suo pensiero, novità che vengono raccontate per mezzo di vere e proprie allegorie.
Il personaggio principale di questo
dialogo, come di quasi tutti i dialoghi di
Platone, è Socrate, il maestro di Platone, condannato a morte nel 390
a.C. con l’accusa di aver corrotto i giovani e di aver allontanato gli Ateniesi
dal rispetto della tradizione. Tentando di costruire un ponte immaginario che
faccia dialogare Socrate e Kant, potremmo dire che Socrate è stato condannato a
morte perché tentava di fare uscire i suoi interlocutori e i suoi discepoli
dallo stato di minorità. Ah, meravigliose connessioni della filosofia!! Nel
dialogo, Socrate si rivolge al suo amico Glaucone, con una frase che sintetizza
il tema principale trattato nel mito:
“Paragona la nostra natura, a secondo che abbia
ricevuto una compiuta formazione (in greco “formazione”, “educazione” si
rendeva con la parola Paideia) ovvero che ne sia del tutto sprovvista,
un’immagine come questa”.
Bene, splendido inizio. Platone ci dice due cose: ci dobbiamo interrogare in che cosa consista la differenza tra avere e non avere una formazione, una paideia; dobbiamo porci questa domanda avendo come punto di partenza un’analisi della natura umana. Il punto di riferimento, al quale applicare tutto il ragionamento, è proprio questo: la nostra natura, comprendere a fondo ciò che ciascuno di noi è per nascita.
Per Platone, gli esseri
umani vivono “per natura” come imprigionati in una caverna sotterranea,
incatenati mani e piedi e incapaci di muovere la testa, obbligati ad osservare
ciò che appare sulla parete verso cui hanno diretto lo sguardo.
“In
séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione
e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora
sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto
tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano
dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, si da dover restare fermi e
da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere
attorno il capo”.
“Alta
e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i
prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito
un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle
persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. –
Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni
sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in
qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri
tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. –
Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di
sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete
della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono
costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti
trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero
conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le
loro visioni? – Per forza”.
“Strana immagine – disse – e strani questi prigionieri”. È questo il primo commento formulato da Glaucone, dopo aver ascoltato le descrizioni della dimora sotterranea e della condizione di coloro che in essa sono prigionieri. “Somigliano a noi”, gli risponde Socrate. Come quei prigionieri, anche noi possiamo vedere e sentire soltanto “ombre”, quelle proiettate sulla parete. Ed infatti vedono le ombre dei propri corpi, poiché le catene impediscono di muovere la testa anche solo per guardarsi. Ombre dei propri compagni, proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte. Ombre degli oggetti trasportati al di là del muretto che sta alle spalle. Ombre perfino dei suoni, poiché le voci e i rumori che raggiungono i prigionieri non possono che essere da essi attribuiti alle ombre riflesse sul fondo della spelonca.
Inevitabili quindi le conclusioni: chiunque si trovi in una
situazione come quella ora descritta, crederà che verità consista nelle “ombre
degli oggetti” e si troverà in quella condizione di schiavitù, di minorità che
è data dall’essere prigionieri delle ombre, dell’oscurità, della convinzione
che la realtà sia in un modo solo perché non ho la possibilità di osservarla da
lontano. Nella luce, nell’autonomia, nell’Aufklärung.
Ma ad un certo punto, nella caverna platonica, succede l’imprevisto.
“Ammetti
che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto,
costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e
levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio
lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre.
Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità
prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto
verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche
ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a
rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú
vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? –
Certo, rispose”.
Come abbiano appena letto, il mito prosegue poi immaginando che uno dei prigionieri venga liberato e condotto fuori dalla caverna, diventando consapevole di aver vissuto, senza saperlo, in un modo ingannevole ed apparente. Il prigioniero conquista, in altre parole, quell’uscita che, in Kant, simboleggiava l’abbandono delle tenebre e della condizione di minorità: egli esce dalla caverna e apre la sua anima al cielo della sapienza, della responsabilità, dell’autonomia. Una volta uscito fuori dalla caverna, il prigioniero liberato conosce il mondo attraverso uno sguardo nuovo: ora lo vede con i suoi occhi, ora lo conserva nelle sue pupille, ora ne diventa messaggero. Infatti, una volta conosciuto il mondo fuori della caverna, l’ex prigioniero adesso finalmente libero si ricorda della misera condizione dei suoi compagni di sventura e decide di rientrare nella caverna assumendosi un compito “liberante” per la comunità di cui ha fatto, fino a poco fa, parte. Non è forse questo prigioniero l’allegoria di Socrate, di quel Socrate che sollecitava i giovani ateniesi a “pensare con la propria testa”, ad analizzare criticamente le tradizioni e le abitudini, anche quelle considerate più incontestabili? Non è forse un antenato di quel Kant che invita ognuno di noi ad uscire dallo stato di minorità. Il prigioniero, una volta libero, vuole correre a testimoniare la bellezza del mondo fuori dalla caverna, vuole raccontare ai suoi vecchi compagni l’immensità che la luce contiene e di come sia impossibile, tornare ad abitare il buio, una volta che si è vista la luce.
Da questo punto di vista, la
liberazione dalle catene non è né un atto di eroismo, ma corrisponde piuttosto
a un comportamento doveroso, al quale non è lecito sottrarsi. Diciamo
che per adesso ve l’ho fatta un po’ facile. Avremo tempo di tornare su questo e
ne comprenderemo tutte le sfumature e tutti i significati. Platone ci racconta
inoltre che i suoi vecchi compagni, probabilmente, inebriati dalle ombre e
dall’oscurità, non lo comprenderanno, lo crederanno pazzo e lo uccideranno,
come gli Ateniesi hanno fatto con Socrate.
Allora, ora o mai più, risvegliamoci dal torpore causato dalle ombre di apparenza di una mentalità che ci rende inermi ed omologati prigionieri e voltiamoci, lasciamoci invadere dal calore di quella luce e diveniamo coraggiosi, pensanti ed agenti scintille che escono dalle “caverne esistenziali” e che, controcorrente, illuminati dal sole e con dentro un fuoco da alimentare e donare, corrono nel mondo per tornare ad illuminarlo in maniera nuova, creativa, delicata ed insieme impetuosa.


All’inizio la luce può dare fastidio proprio perché siamo abituati al buio della caverna ma una volta usciti iniziamo a vedere le cose con occhi diversi e a essere sempre più indipendenti. Per questo penso sia difficile uscire dalla caverna ma per riuscirci bisogna tentare e non rinunciare, dunque avere determinazione. Come dicevo negli altri commenti, diventare autonomi non è affatto semplice perché può farci sentire deboli o insicuri. A parer mio ognuno di noi ha una comfort zone che può essere la nostra caverna ma da cui dobbiamo uscire.
RispondiEliminaPenso che la caverna descritta da Platone millenni fa sia una realtà ancora attuale. Che sia dalla società o dalla famiglia, i giovani che devono avere una grande coraggio, si trovano spesso reclusi all’interno di questa caverna, del tutto inconsapevoli della loro condizione. Credo inoltre che il coraggio necessario per liberarsi e uscirne sia fortemente condizionato dagli altri : si teme infatti il rifiuto sociale o nei casi più estremi, una vera e propria condanna, proprio come accadde a Socrate. In conclusione, ritengo che rimarremo sempre prigionieri di questa caverna finché non impareremo ad accettare e ad affrontare il dolore che la ricerca della verità comporta.
RispondiEliminaOgnuno di noi dovrebbe fare lo sforzo di sopportare il dolore iniziale della luce all'uscita dalla caverna. La sofferenza fa comunque parte della vita, allora vale la pena affrontare il dolore del cambiamento perché solo così possiamo apprezzare la bellezza della luce di un mondo libero e luminoso.
RispondiEliminaLa cosa che mi fa riflettere di più è che alla fine, nel 2026, siamo ancora tutti chiusi dentro quella caverna. Oggi le "ombre" sono i social, le fake news o semplicemente quello che gli altri vogliono farci credere. Rimanere li dentro a guardare lo schermo della caverna è la nostra comfort zone definitiva, ed è proprio per questo che abbiamo ormai normalized questo stato di minoranza, come se fosse l'unica realtà possibile, perche è molto semplice farsi guidare dagli altri senza fare sforzi .Però, come diceva Socrate, la chiave di tutto è la paideia, cioè l'educazione e la formazione. All'inizio fa malissimo staccarsi dal muro e guardare direttamente la luce del sole, ed è per questo che serve un grande coraggio. Pensare con la propria testa è super stancante , ma la vera lezione di questo mito è che non possiamo essere egoisti: quando capisci come stanno le cose e fai step out dall'ignoranza, hai il dovere morale di tornare indietro ad aiutare gli altri che sono ancora al buio, anche se loro ti ridono in faccia. Secondo me, questo testo ci sfida a diventare noi stessi i liberatori delle nostre "caverne esistenziali". We really need to wake up because that's the real goal .
RispondiEliminaLa caverna di cui parla Platone raffigura a pieno quella che è la società di oggi. La caverna di ogni individuo rappresenta la “zona sicura”, cioè un posto in cui crediamo a tutto quello che la gente vuole farci credere, perché abbiamo un inspiegabile paura di andare affondo su una certa cosa e quindi rimaniamo sempre allo stesso punto. Prendere l’iniziativa di uscire dalla caverna, quindi di uscire dallo stato di minorità, uscire dall’ombra, è sicuramente un passo difficile da compiere, perché (come ho detto in altri commenti) ormai rimanere nell’oscuro è la normalità, è facile credere a tutto senza sviluppare un nostro pensiero. Alla fine, anche se il primo passo è sempre difficile, si capisce che disfarsi dalle catene che ci tengono “imprigionati” nelle nostre caverne, ci rende liberi, proprio come Socrate è riuscito a fare migliaia di anni fa.
RispondiEliminaAnche secondo me la caverna descritta da Platone rispecchia molto bene la società di oggi. È molto difficile uscire dalla caverna quando siamo abituati a stare nella nostra comfort zone e a vedere le figure proiettate sulla parete della caverna, dove tutto è prevedibile. Le cose belle ci sono fuori dalla caverna ma le persone bloccate nella caverna non lo potranno mai sapere a per colpa della paura della “luce” cioè di uscire provare a cambiare le cose, cadere e rialzarsi, e di non vivere in mondo così prevedibile.
RispondiEliminaIo credo che la caverna possa essere vista in due modi:uno più negativo,ovvero come un luogo esclusivamente di prigionia,costruito da chi vuole mantenere una sorta di controllo su di noi; e uno più positivo (e credo, e spero anche più frequente),ovvero sempre come un luogo da cui sarebbe proibito uscire,ma in questo caso non per controllarci (o almeno non solo),ma per proteggerci da ciò che c'è all'esterno. In entrambi i casi è importante riuscire ad uscirne,dato che soltanto in quel modo possiamo vedere la verità;però con questo commento vorrei soffermarmi sul fatto che non sempre la caverna deve essere vista SOLO come qualcosa di negativo,dato che a volte alcune di queste caverne possono essere create(forse diverse volte da noi) anche con lo scopo di proteggerci dal male che c'è fuori
RispondiEliminaIo penso che la maggiore difficoltà nell'uscire dalla caverna sia rappresentata dall'ignoto che dobbiamo affrontare: tutti noi tendiamo infatti a cercare la sicurezza anziché l'incertezza a causa della paura che proviamo per tutto ciò che è a noi sconosciuto. È come se fossimo tutti intrappolati sotto ad una campana di vetro, che da un lato ci protegge e ci permette di rimanere al sicuro, ma dall'altro nasconde tutto ciò che si trova all'esterno e ci impedisce quindi di vedere oltre. Noi dovremmo provare ad infrangere questa campana che ci tiene prigionieri, per riuscire finalmente ad andare avanti, affrontare l'ignoto che ci circonda e accogliere il futuro che ci attende.
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